domenica 26 settembre 2010

VAGHE STELLE


VAGHE STELLE DELL’ORSA: CINEMA E FILOSOFIA DELLA CRUDELTA’

 («Rifrazioni» n. 5, 2011)



Il problema – piú ancora che il tema – che Luchino Visconti ha affrontato in Vaghe stelle dell’Orsa, è quello dell’impossibilità di liberarsi dalla “maledizione delle radici”.
La libertà di autodeterminazione, che all’essere umano dovrebbe essere garantita come un bene imprescindibile, è già in partenza negata, resa utopica, dal fatto che si nasce all’interno di una cultura e di una condizione sociale specifica, dal fatto di essere in realtà a priori completamente definiti – perfino nella propria natura psicologica piú profonda – dal contesto umano in ci si forma, dunque dall’insieme delle istanze di pensiero altrui che attorno al proprio “io” si condensano, costituendolo e rendendolo ciò che è.

Vaghe stelle dell'Orsa, io non credea
Tornare ancor per uso a contemplarvi
Sul paterno giardino scintillanti,
E ragionar con voi dalle finestre
Di questo albergo ove abitai fanciullo,
E delle gioie mie vidi la fine.


Il testo leopardiano (Le ricordanze) agisce da stimolo per una teoria della “dannazione originaria” che emblematicamente, perfino allegoricamente, si sostanzia nella storia narrata e dunque in una specifica e assai scabrosa vicenda umana. La storia di una giovane donna, la quale ha creduto di poter sfuggire alla propria drammatica adolescenza e alla sofferenza che in essa si è sviluppata mettendo tra se stessa e il borgo natio (tra se stessa e gli abitanti di Volterra, tra se stessa e il fratello, tra se stessa e la madre nel frattempo impazzita) tutta la distanza di un matrimonio con un americano e di una vita a Parigi. Lo schema geografico metonimico è cogente: la modernità di Parigi e degli Stati Uniti contro la vetusta, sontuosamente arcaica (addirittura pre-latina ossia etrusca) antichità di Volterra. Il futuro contro il passato. Al quale passato, tuttavia, per tornare con la forza di un rimosso devastante, per tornare alla superficie della coscienza e divenire cosí nuovamente attuale, e dunque doloroso e distruttivo, e assolutamente violento, basta l’occasionale ritorno di Sandra alla casa paterna per una cerimonia di famiglia. E nemmeno la presenza del marito americano – trascinato da Sandra con sé come un antidoto ai miasmi velenosi che dal quel luogo emanano – potrà impedire che il regresso alle origini (con tutto ciò che di negativo esso comporta) si compia e ri-precipiti Sandra in un gorgo di male e di disperazione.
Occorre aggiungere subito un dato: Visconti elegge a specchio della propria riflessione un personaggio femminile (Sandra, appunto), facendone una sorta di alter-ego di se stesso: per affondare il bisturi dell’introspezione psichica nel corpo dolente della propria stessa condizione, segnata dalla castrante onnipotenza del passato (sia individuale, sia famigliare, sia sociale). Per Visconti: la tara ereditaria e culturale di una delle piú importanti dinastie italiane contro la ricostruzione di un’identità e di una coscienza politica faticosamente conquistate per mezzo dell’arte e del relativo sviluppo di affilati strumenti critici. Banalmente parlando: Visconti intellettuale comunista contro tutto ciò che Luchino era (e non poteva non essere!!!) in quanto, appunto, Visconti.
Insomma, evitando i luoghi comuni della psicanalisi e il freudismo popolare presente in tanto cinema d’autore europeo ed americano (Hitchcock incluso), l’autore riesce a mettere in luce – coraggiosamente traendolo dall’ombra dell’indicibile, ossia di un rimosso che non è mai del tutto tale e che si manifesta piuttosto nella chiave di una coscienza oscura – un plesso di disperazione che egli stesso ha vissuto sulla propria pelle, quasi come una condanna a cui l’hanno votato le proprie origini biografiche.
Si intersecano nel film temi di critica (e autocritica) che sono al tempo stesso occorrenze storiche, psicologiche ed esistenziali:
1) La decadenza e il marcimento a cui non può sottrarsi una classe sociale – la borghesia italiana di alto lignaggio e di grandi mezzi economici – priva ormai di ragion d’essere storica se non per una ovvia, ma proprio per questo depravata e depravante, volontà di potenza e di autoconservazione. Pertanto non-detta (ma ampiamente allusa) è l’apologia delle classi nuove, del proletariato ideologicamente sano (rappresentato dal candore e dalla pulizia morale dell’antico innamorato di Sandra). E qui la domanda – assai scabrosa, a sua volta – potrebbe essere: Visconti in collaborazione con Pasolini?
2) Il legame inscindibile di ciascun individuo con il luogo della nascita, dell’infanzia e dell’adolescenza (il “paterno ostello”), dalle cui esalazioni nocive nessuna california (Andrew, il marito americano di Sandra), nessuna terra promessa, potrà mai mettere definitivamente al riparo. Lungi dal garantire sicurezza e coscienza di sé, l’origine determina l’impotenza dell’individuo, tarpando le ali a ogni utopia e frustrando qualsiasi desiderio di vita autentica, voluta e costruita.
3) La corruzione a cui è eletto un popolo che basa la propria cultura solo sulla nostalgia del passato. Volterra, la città che si sgretola, tetra e funebre nell’attesa del proprio destino di morte certa, che i vede i propri antichi palazzi in procinto di farsi inghiottire uno dopo l’altro dalle “balze”, è davvero la metafora perfetta di una nazione che paga un tributo micidiale alle glorie e alle dignità a cui seppe assurgere ma che non le appartengono piú, e che sconta oggi la colpa di una storia troppo illustre, che si vota a uno “sguardo alle rovine” tale da impedirle qualsiasi spirito di rinnovamento e qualsiasi modernità. 
4) La famiglia, innalzata a valore assoluto e pertanto a ricettacolo esclusivo di ogni mozione affettiva, denunciata – con crudele lucidità – quale impedimento al libero dispiegarsi delle relazioni umane, quale sciagurato ostacolo all’amore e alla solidarietà collettiva. Il legame morboso che Sandra intrattiene con il fratello Gianni è un marchio indelebile, una tara ereditaria, che deriva da una vita chiusa su se stessa, autoreferenziale, incapace di aprirsi all’altro e al diverso da sé.
5) Il peso che ogni evento dell’esistenza, ogni scelta, ogni debolezza, ogni cedimento, determinano sull’individuo, e dunque il peso di un passato al quale non si sfugge, che riemerge potente anche quando ci si illude di averlo dimenticato e reso innocuo... Un peso che si rivela nel fantasma del rapporto incestuoso di Sandra con Gianni, che ricompare potente e devastante non appena la donna – prima fuggita lontano – rivede il fratello a Volterra, rendendo inutile la presenza nuova di Andrew, a cui pure Sandra vorrebbe affidare la propria salvezza.
 Quel che occorre sottolineare è la determinazione con cui Visconti (quasi nietzschianamente “al di là del bene e del male”) decide di abbattere ogni limite imposto dalla moderazione, dal buon senso, dal sentire condiviso, dal moralismo e dal pudore – ossia dalle mura mentali che la falsa coscienza (politica) erige per la difesa dello “status quo” sociale – per scendere veramente fino in fondo all’abisso che abita l’anima dei suoi personaggi, e cioè la sua stessa anima, e cioè anche la nostra. La forza del film risiede nella capacità di fornire allo spettatore, che sia in grado di spogliarsi a sua volta di ogni precostituito rifugio psicologico, uno specchio in cui riflettersi e cogliere il proprio limite, mettendo a repentaglio perfino qualcosa della propria (costruita) identità individuale.
Scrive Visconti:  «Lo spettatore [...] dovrebbe trovarsi alla fine chiamato direttamente in causa, obbligato a chiedersi  [...] se non si celino dentro di lui una Sandra, un Gianni, un Gilardini». Come in Zerkalo di Tarkovskij, il passato dei protagonisti diviene il passato di ciascuno di noi, laddove un grumo di inesprimibile (poiché intollerabile) oscurità deve affiorare ed essere ri-conosciuto, perché qualche “scampo” sia possibile.
Questa è del resto la crudeltà a cui il film si vota, un’artaudiana rivitalizzazione della catarsi tragica, ed è questa la psicanalisi non banale che Vaghe stelle dell’Orsa mette in opera. Diceva Artaud che perché un evento di teatro abbia significato lo “spettatore” dovrà uscire dal luogo in cui si è svolto scoprendosi diverso da com’era prima di entrarvi... Ed questo è precisamente ciò che pretende il film di Visconti.

1 commento:

Sofia Rondelli ha detto...

Davvero un bell'articolo Sandro! E' un piacere leggerti... grazie per la condivisione! Sofia