domenica 1 ottobre 2017

LE SORELLE MACALUSO di EMMA DANTE

IL CORPO E IL SANGUE DELLA PAROLA


«Le sorelle Macaluso» di Emma Dante ripropongono con forza la grande attualità del teatro come plausibile ed efficace luogo simbolico di fissione (e di dimostrazione critica) del conflitto fondamentale tra la vita reale e le sue rappresentazioni sociali, ossia di smascheramento delle ideologie – della famiglia, dell’amore e del lavoro – elaborate dalla società dello spettacolo a fini di controllo e di dominio.

«Rappresentazione significa anche spiegamento di un volume, di un luogo a molte dimensioni, esperienza produttrice del proprio spazio. Spaziatura, cioè produzione di uno spazio che nessuna parola può riassumere o comprendere».
[J.Derrida, Il teatro della crudeltà e la chiusura della rappresentazione, in La scrittura e la differenza, Einaudi, Torino 1982].

Proprio cosí: fino all’anatema – artaudiano, appunto – scagliato contro qualsiasi spettacolo che si dimostri infingardo al punto da consentire al suo fruitore di tornarsene alla casetta e alla famiglia, dopo l’esperienza teatrale, con lo stesso spirito, le stesse ambizioni, la stessa forma mentis che lo pervadevano prima dell’esperienza stessa. L’assunto di azione “vitale” che nel teatro deve agitarsi si tradurrà, dunque, in esercizio esiziale e rivelatorio... Sí, perché il teatro (che fu rito di purificazione e crogiuolo di fusione di identità collettiva nell’antica Grecia) potrà essere ancora cosa sensata, e forse perfino necessaria, alle nostre tardive latitudini antropologiche, solo se una grandine di eventi interiori esso riesce a “scuotere”, e una consapevolezza nuova a “sguainare”: solo se decostruisce false coscienze, se annienta ideologie, e se si pone quale innesco esplosivo di una efficace “prefazione alla trasgressione”. In caso contrario, esso è semplicemente morto e sepolto; e tutt’al piú chi lo pratica – con altri scopi, magari consolatorii, magari divagativi – non fa che esibirne il cadavere (putrefatto) sulla scena di una commedia oscena, la qual sùbito aspira al tristo officio che esclusivo le compete, quello d’esser parodico ricalco, imbelle e idiota, delle necrofore re-praesentationi dell’autentica (trionfante) società dello spettacolo: informatica e cine-tele­visiva.
Dallo spiegamento di un volume, ossia spiegamento corporeo e fisico, carnale e sanguinante, emergente alla luce di un’esistenza inopinata – sul proscenio – dal fondo buio di un palco patibolare, un luogo in cui l’autentico sta per “farsi” in modo inesorabile, una pattuglia di attori prende corpo e volume in una marcia fragorosa e quasi funebre, avanzando con violenza verso gli ancora ignari astanti, per poi fare un dietro-front altrettanto poderoso e risparire nel nulla del fondale; e molteplici volte arrembando e ritirandosi, prima di disposi – come potrebbe fare solo un plotone di esecuzione – a ranghi compatti sul bordo anteriore della scena: ciascuno al proprio posto, dietro l’arme e la bandiera, la croce, lo scudo, per dar corpo alla parola che aprirà lo squarcio... Si tratta della sigla di partenza, ovvero dell’en­trata in campo, delle sorelle Macaluso; ma è questo altresí il gesto che sùbito qualifica il teatro (di Emma Dante) come luogo simbolico di un malessere profondo, immediatamente capace di dare un senso preciso al disagio dello spettatore, che è travolto dalla violenza di quell’ingresso, probabilmente dalla potenza stessa del simbolico, ed è trascinato fuori da ogni “realismo”, ed è coinvolto (e pressoché rapito) in quell’altrove che la sua stessa facoltà di adesione psicologica – finalmente agitata e messa in moto – gli consente (anzi: gli intima) di vivere.
La parola è poi parola tragica e senza tempo. Risata indecente, parlata urlata divincolata dal linguaggio formale e riformata in linguaggio del corpo e dello strazio. Parola falsa e smascherata, parola di donna, parola d’uomo, parola escrementizia e sanguinante, parola del sesso e della rabbia, dello scempio del ricordo, parola anti-narrativa perché incapace di dare ordine a un tempo che è presenza tutta insieme nello spazio, ed è mito ed è tragedia.
«Ma in Emma Dante l’evoluzione di una situazione, se avviene, non necessariamente comporta la messa in moto di una sequenza temporale. La stessa compressione esercitata sulla parola viene dall’autrice adoperata sul suo tempo teatrale che è, basilarmente, un presente continuo nella cui massa però il passato e il futuro sono cosí completamente amalgamati e fusi da risultare anch’essi presenti nel presente stesso.» [A.Camilleri, prefazione a Emma Dante, Carnezzeria, Fazi, Roma 2007]. Eterno presente in cui le sorelle Macaluso rivivono il proprio vissuto (o quel che credono sia tale) nei gesti dei loro corpi, e dunque anche e sopra tutto in quel gesto corporeo estremo che è l’emissione dei fonemi (sussurri, respiro verbale, sguaiatezza di voce, lamento, litania, ecolalia, risata o grido che emergono dalle viscere profonde), ma comunque nei corpi che si divincolano dall’ordine del corpo – quasi fosse il corpo (nudo) a volersi (e doversi) sostituirsi al volto socialmente ammesso, per rivendicare una propria urgenza libertaria, quasi fosse insomma il non-visum a farsi visum – e aggrediscono lo spazio del visibile in una pantomima orgiastica di danza e gesticolazione.
Gli attori cessano in quel momento di sentirsi attori: sono essi stessi – le molte donne e i soli due uomini dello spettacolo – non già i personaggi che interpretano, ma proprio se stessi (solo se stessi) che abitano e soffrono una vita altra dalla loro, quella della famiglia Macaluso, e lo sono da quando hanno progressivamente conquistato il palco con la loro marcia iniziale (marcia di presa di possesso di uno spazio vitale) e fino a quando, con lo spegnersi delle luci, l’evento teatrale non avrà termine. Tale è infatti il pegno che lo spettacolo chiede ai suoi attori perché anche i non-attori (il pubblico in sala) divengano tali, ed entrino cioè nello spettacolo stesso come in una dimensione esistenziale che per quelle due ore diviene la loro vera realtà, il loro orizzonte di esperienza totale.
L’espressività esclusiva – per la parola di questo e di tutti gli spettacoli di Emma Dante – di  di un zoccolo linguistico desunto dal vernacolo siciliano, violento quanto il gesto corporeo che lo accompagna, è fors’anche indicazione di una appartenenza etnica radicale originaria, benché non certo in chiave di banale rivendicazione di dignità per la cultura millenaria dell’isola del Sole, ma sopra tutto è delibera dirompente di rifiuto della lingua nazionale formalmente modellata (e invalidata) dalla comunicazione mediatica: se, ad esempio, la sonda sociale de Le sorelle Macaluso si vota a scandagliar l’abisso di “contraddizioni primarie” nel contesto della famiglia italica popolare, non potrà certo assumere come lingua di tale esplorazione la medesima che ogni contraddizione dissimula narcotizzandola, la stessa che è fatta per l’omologazione e per l’anestesia...
In sostanza, per l’urlo e per lo schianto che attingono a una siffatta e talmente intesa parola del corpo e del sangue, non già l’idioma di Dante e di Manzoni, che suonerebbe estraneo al luogo della sonda, in quanto aulico e inefficace, e nemmeno quello dell’unificazione linguistica italiana (reti unificate televisive) che renderebbe la sonda stessa truffaldina. La scrittura scenica di Emma Dante impone un coinvolgimento “fisico” (linguistico) di dismisure psicologiche e culturali senza tempo e senza spazio, lo spazio mitico di una popolanità sconcia che non può tradursi se non in parlata oscena: in certo senso a-scenica (atta a rigettar la scena come quadro organizzato), senza rappresentazione vera e propria, e dunque al di là del testo formalizzato in testo; in qualche modo – ma con infinita radicalità aggiuntiva – la lingua di Gadda (piuttosto) tra il romanesco del Pasticciaccio e il lombardo della Cognizione, ma inclinata a farsi voce e dunque urlata: e pertanto un siciliano che strozza la parola in gola, che sguaia e sbraca ed erompe in insulto o in vomito dell’io, in carne viva della pena e dell’emozione, dell’odio e del pianto, in litanica epifania di una sterminata inesorabile (sofferta) distruzione.

[pubblicato in «9 Novae» [D], n. 8, Roma, 2015]